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Obiettivo lavoro

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Obiettivi? Lavoro e amore. Ma non si va a vivere da soli. Dalle indagini Eurispes, fra gli obiettivi dei 18-25enni c'è al primo posto la ricerca di un'occupazione. Senza abbandonare la famiglia però...

L'amore è un optional. Almeno rispetto al lavoro. Questo è il risultato a cui giunge l'Eurispes a fronte dell'indagine condotta su un campione di giovani di età compresa fra i 15 e i 25 anni.
È la fascia più matura, oltre i 19 anni, a mettere in pole position il lavoro come obiettivo più importante per il loro futuro. L'amore risulta al secondo posto seguito dal successo (14%), dai soldi (12,7%) e dall'impegno sociale (solo il 2,8%). E anche per la fascia più bassa, dai 15 ai 18 anni il lavoro è uno dei principali obiettivi, secondo solo dopo l'amore ma per pochissimo (30% contro il 36%). Le possibilità di interpretazione sono varie.

Oltre ad essere una necessità e un diritto, il lavoro o è un'ossessione oppure è la condizione primaria per una forma di emancipazione e di indipendenza, economica e non, dalla famiglia. La seconda sembra più plausibile, segno che cambiano le abitudini della nostra società, fanalino di coda europeo per quanto riguarda l'indipendenza dai genitori. Sempre secondo Eurispes, infatti, fino a due anni fa il 60% dei 18-34enni intervistati viveva ancora in famiglia. Di questi ben il 46% aveva un'occupazione e quindi la possibilità di rendersi indipendenti. Perché allora restare nella casa paterna? Più della metà degli appartenenti alla fascia che va dai 30 ai 34 anni risponde che in famiglia "si sta bene così".

Eppure uno dei valori primari è la libertà, motivo principale per cui ben il 33% dei ragazzi ascolta musica. Famiglia uguale a libertà allora, tesi che pare confermata dal 48% dei giovani che rimane con mamma e papà per "poter mantenere la propria libertà". Nel resto d'Europa le cose sono diverse, soprattutto al nord. In Danimarca il 37% dei ragazzi al di sotto dei 25 anni lascia il nucleo familiare di origine. In Francia e Inghilterra sono ben il 19%, in Italia l'1%. Vero è che le condizioni sono diverse, dal tasso di disoccupazione (più basso) agli incentivi che i governi, soprattutto scandinavi, indirizzano più verso gli individui che non verso le famiglie. In Scandinavia e Finlandia oltre il 30% dei giovani riceve finanziamenti e sussidi - per la disoccupazione, per la formazione, per l'imprenditorialità - in Italia solo l'1,5%.

La differenza è abissale. E forse, ma solo in parte, giustifica il secondo dato preoccupante: oltre il 60% dei ragazzi italiani tra i 15 e i 24 anni riceve ancora soldi dai genitori contro il 17% di Regno Unito e Danimarca. Certo, si ribadisce la necessità di potenziare le forme di sostegno statale, considerando però l'incentivo come un investimento al lavoratore o al futuro lavoratore. Ma prima che ci pensi lo Stato, interviene un mercato del lavoro che richiede sempre maggiore mobilità. Che presuppone così la necessità di spostarsi per rendersi indipendenti colmando la distanza che ci separa dal resto d'Europa. Ma è sufficiente?

Non siamo scandinavi e le nostre abitudini hanno un peso che non può essere indifferente. Il fenomeno del puer aeternus - l'eterno fanciullo - si può imputare davvero alle difficoltà concrete di un mercato e di una politica interna differente o la questione è più profonda e affonda le radici nella nostra cultura, simile a quella di tutta l'Europa meridionale e fondata sull'assitenzialimo (familiare)?


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